PAVIMENTI: LE “MARMETTE” DI GRANIGLIA

Mi hanno sempre affascinato i vecchi pavimenti in marmette in graniglia; in questo periodo, sto seguendo lavori di recupero degli interni di un villino degli anni venti in zona Città Giardino a Roma con splendidi pavimenti decorati (vedi foto copertina) e, per quanto già ne sapessi, mi sono buttata, al mio solito, in uno studio “leopardiano” della materia.

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FIG.1 Un pavimento in graniglia riscoperto sotto un pavimento in ceramica della cucina

Nascoste dagli anni 70 sotto strati di altri pavimenti in ceramica o ricoperte da una calda superficie in legno, le piastrelle in graniglia, nell’ultimo decennio, hanno ottenuto nuovamente la dignità di pavimento da mostrare con piacere ed orgoglio.

I tappeti decorati in graniglia si sposano perfettamente sia con arredamenti dalle linee pulite, sia con arredi classici (senza eccedere per non incorrere nell’effetto casa della vecchia zia 😉 ).

In un periodo in cui siamo tutti vittime della immediatezza dei mobili ikea (me compresa), la bellezza dell’artigianalità di un pavimento in graniglia, riscoperto o valorizzato, può donare carattere ed anima ad una casa.

 

Origini e Storia

I pavimenti in piastrelle di graniglia nascono, tra fine ottocento ed inizio novecento, come sviluppo – in senso “industriale”- del “terrazzo alla veneziana”; il terrazzo o “seminato” alla veneziana è un pavimento realizzato “in opera” composto principalmente da un impasto di grassello di calce, cocciopesto e frammenti di marmo colorato (stesi e battuti).

Il “ terrazzo” nasce a Venezia nel corso del 1500, grazie forse all’influenza degli artigiani friulani che iniziarono ad inserire frammenti di pietra nell’ultimo strato del “pastellone” (tecnica molto diffusa a Venezia per la realizzazione di pavimenti, simile al cocciopesto romano).

Questa tipologia di pavimento monolitico ha subìto nel tempo continue evoluzioni e perfezionamenti e nel corso del 700 la tecnica dei decori ha raggiunto il suo massimo sviluppo con risultati di grande complessità e valenza estetica.

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FIG.2 Tipi di pavimentazione alla veneziana: angoli (catalogo dei Fratelli Crovato, anni ʼ30)

Pur nella loro complessità, i decori rispettavano determinati modelli: “Schematizzando, la struttura consueta è così composta: partendo dai lati troviamo la fascia, la controfascia, la testata, la mezzaria (questa si inserisce in ambienti molto spaziosi), gli angoli e il rosone centrale.” (Antonio Crovato “Breve storia del pavimento alla veneziana”)

La marmetta di fine ottocento-inizi novecento “semplifica” il processo di realizzazione del pavimento alla veneziana rendendolo, attraverso la modularità, ripetibile infinite volte seguendo gli schemi che le stesse fabbriche produttrici consigliano sui loro cataloghi ed accessibile ad un utenza più vasta.

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FIG.3 Schemi di posa degli angoli delle bordure delle marmette della produzione della fabbrica Ing. S.Ghilardi & C formati da 4 marmette. Le bordure sono formate da due file di mattonelle 20X20.
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FIG.4 Elemento di angolo di un tappeto di graniglia della fabbrica Ghilardi di Bergamo (vedi FIG.3 in alto a sinistra n.1552); FIG.6 marchio di fabbrica sul retro della piastrella; FIG.7 Dettaglio del catalogo Ghilardi, presumibilmente di fine ottocento

 

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Fig.7 La sezione di una marmetta prodotta dallo stabilimento “Barrelli di Viterbo”

Come è fatta la marmetta

Così come il pavimento in battuto, la marmetta è formata da un legante (cemento) e frammenti di marmo.

Le scaglie di marmo, di diverse dimensioni, vengono miscelate con cementi colorati in pasta con ossidi naturali. La miscela, secondo il procedimento artigianale, è disposta e pressata dentro stampi di metallo ferro o bronzo (divisionali), semplici o con decori.

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Fig.8 il procedimento artigianale di realizzazione di una marmetta utilizzato da Fogazza per visitare il sito clicca qui

Comunemente lo strato decorato non occupava tutto lo spessore della mattonelle e la superficie a contatto del massetto non conteneva frammenti di marmo.

Le marmette spesso riportavano nella parte sottostante un marchio di fabbrica.

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Fig.9 Il retro della marmetta con il marchio di fabbrica

Nell’edificio di “Città Giardino”, una serie di marmette monocromatiche riportano il marchio: “G.Barrelli Viterbo”.

Un’interessante intervista al novantenne nipote di Giacomo Barrelli descrive, tra l’altro, i sistemi di produzione della fabbrica viterbese negli anni 30:

“(…) lo stabilimento era attivo e occupava otto locali dove si producevano le mattonelle dette ‘marmette’, fatte con la graniglia delle pietre delle cave di marmo, quadrate di due misure da 20 cm e 25 cm, e poi c’erano i ‘marmettoni’, uguali quadrati ma più grandi da 30 cm e 40 cm.

Gli avanzi dei marmisti venivano impastati col cemento 500 a lenta presa e messi negli stampi ad essiccare. Le mattonelle venivano fatte a mano, una per volta, con lo stampo in ferro fatto dal fabbro. Molti lavori li facevano le donne (…)”

Le marmette sono dunque quelle con formato massimo di 25×25 cm (anche se molto più diffuse erano le 20×20). Le piastrelle più grandi erano definite marmettoni.

Marmette o cementine

Accomunate da un identico destino di declino e rinascita recente, marmette e cementine vengono spesso confuse.

Contemporanee alle marmette, le cementine o pastine, sono composte da una base di cemento e sabbia ed uno strato superficiale sottile di cemento, sabbia fine e ossido di ferro di colore rosso, nero o naturale (la pastina) senza inserimento di frammenti di marmo. Oltre che di forma quadrata, sono spesso esagonali.
A differenza delle graniglie o marmette, le cementine non venivano levigate e lucidate a piombo, ma semplicemente trattate con dell’olio di lino.

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Fig.10 Schema di pavimento in graniglia tratto dall’«Album dei Pavimenti» della Ditta Tessieri edizione 1927 (ancora in uso). Per visualizzare l’album completo ed i prodotti Tessieri clicca qui
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FIG.11 Schemi di posa delle cementine dall’Album della Ditta Tessieri edizione 1927

Piastrelle di recupero o nuove?

I pavimenti in graniglia presenti nelle nostre case hanno spesso circa un centinaio di anni e, nella maggioranza dei casi, hanno subito nel tempo successivi interventi di arrotatura e levigatura; questi interventi hanno, inevitabilmente, portato a consumare la parte superiore degli elementi fino ad arrivare a far affiorare lo strato inferiore grigio e privo di frammenti di marmo.

In questo caso non si può procedere ad interventi di manutenzione radicale (stuccatura, arrotatura e levigatura totale), ma solo operazioni ben calibrate e messe in pratica da mani esperte.

Nel caso i pavimenti non fossero interamente recuperabili, si possono sostituire gli elementi con pezzi (reperibili in commercio) salvati da demolizioni di pavimenti esistenti (in questo caso sarebbe meglio sostituire intere porzioni); nel caso dell’edifico di Città Giardino, sostituiremo un pavimento con cornice e tappeto monocromatici (molto deteriorati) con un tappeto di recupero dell’inizio del 900 originariamente prodotto dalla ditta Ghilardi di Bergamo (vedi FIGG.3-4-5).

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FIG.12 Esempio di integrazione di un tappeto in graniglia decorata con parquet tradizionale (intervento a cura della mia collega Dolores Flammia in un appartamento a Via Emanuele Filiberto, Roma)

Un’altra soluzione è quella di integrare il pavimento in graniglia con altri materiali; il legno si accosta molto bene, come è possibile vedere in foto (FIG.12), ad una superficie decorata in marmette.

Esistono, poi, più o meno in tutta Italia, ditte che producono ancora le graniglie secondo i procedimenti ed i disegni del primo novecento (in alcuni casi migliorando anche le prestazioni del prodotto grazie alle nuove tecnologie).

Nel caso la passione per questo materiale ci  spinga a voler realizzare un nuovo pavimento decorato (evitando magari di realizzarlo in un edificio anni 80 😉 ) in sostituzione di un altro, credo sia la scelta più idonea preferire prodotti nuovi ma realizzati artigianalmente .

Ecco alcuni ottimi produttori di pavimenti in graniglia:

 

Per i più curiosi il video della MIPA che illustra il procedimento di realizzazione di una marmetta secondo il procedimento artigianale

MATERIALI NATURALI: IL TADELAKT

 

Sono passati mesi ed eccomi qui di nuovo a scrivere (purtroppo o per fortuna gli impegni di lavoro mi hanno lasciato poco tempo libero) e mi piacerebbe iniziare a parlare un po’ dei materiali naturali che possono essere utilizzati per la finiture degli interni.

Inizierei da un materiale che mi ha sempre incuriosito ed affascinato e che, qualche anno fa, ho sperimentato in cantiere come posatrice nel corso di due workshop con il maestro Danilo Dianti (e con la rete solare per l’autocostruzione): il Tadelakt marocchino.

Il Tadelakt è una tecnica tradizionale marocchina per la realizzazione di intonaci impermeabili (quello originale si ottiene solo dalla calce prodotta in maniera artigianale nelle vecchie fornaci di Marrakech!); usata per proteggere cisterne, poi per decorare hammam e fontane, si può ricorrere a questa antica tecnica per rivestire superfici orizzontali e verticali del bagno, per realizzare vasche, piatti doccia e lavandini ma anche per rifinire oggetti ed elementi di arredo.

Il designer finlandese Tuomas Markunpoika, ad esempio, nella sua interessante collezione di arredi “Contra naturam” utilizza il Tadelakt come finitura di una struttura in polistirolo e cera d’api (vedi articolo di

Il materiale primario è un particolare tipo di calce debolmente idraulica, prodotto dalla cottura del calcare marnoso estratto, nei dintorni di Marrakech, all’interno di forni tradizionali scavati nel terreno ed alimentati con legna di ulivo e palma; la calce così prodotta viene spenta a mano con quantitativi modesti di acqua.

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Foto 1 – I pigmenti (ossido verde e blu cobalto)

Il colore naturale del Tadelakt è quello delle pietre calcaree marocchine che originariamente hanno una colorazione marrone chiaro ma che con la cottura acquistano un elegante tono beige.

Il Tadelakt marocchino era tradizionalmente rosso poiché utilizzava pigmenti disponibili nell’area di Marrakech.

Per ottenere diverse colorazioni del Tadelakt è necessario ricorrere a pigmenti stabili all’ambiente alcalino della calce; ossidi o terre naturali mantengono nel tempo bellezza e stabilità cromatica e permettono di ottenere una vasta gamma di colori.

Scegliendo le giuste colorazioni ed all’interno di un progetto accurato di base, la sua superficie “morbida” e levigata credo possa facilmente trovare posto nella realizzazione di interni contemporanei…a patto però di avere una certa dose di pazienza.

Il processo di realizzazione di un rivestimento in Tadelakt necessita, infatti, di tempi più lunghi di un normale rivestimento ed ha bisogno di alcune piccole attenzioni per la manutenzione.

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Foto 2 – Realizzazione di un bagno in Tadelakt naturale – Cisterna di Latina, corso tenuto dal maestro Danilo Dianti e l’architetto Daniela Re

La lavorazione richiede, dopo la posa, diverse fasi di lisciatura manuale con pietre di fiume a grana differente (procedendo con precisi movimenti rotatori) e strumenti specifici allo scopo di lisciare e saturare ogni piccolo foro della superficie, ed una successiva ed altrettanto laboriosa applicazione del sapone nero a base di olio di oliva (4 fasi consigliate!).

Nel caso di superfici esposte al contatto con l’acqua, a  distanza di un mese (per non interferire con il processo chimico di carbonatazione che rende solidi gli intonaci a calce), si potrà applicare la cera in strati sottili; la cera, lucidata alla fine con panno di lana, renderà più brillanti le superfici.

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Foto 3 – Stesura del primo strato e lisciatura a pietra  – Roma, corso Tadelakt del maestro Danilo Dianti

Le superfici trattate a cera, se utilizzate intensamente, dovranno essere trattate nuovamente ogni 1-2 anni e pulite con prodotti non aggressivi.

L’attesa sarà abbastanza lunga e la cura necessaria, ma sarete ripagati da un risultato unico e di grande impatto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIAGGI E PROGETTI

Settembre è arrivato e si torna al lavoro. Ho passato delle vacanze brevi ma intense, ricche di mille stimoli diversi; luoghi fino ad ora sconosciuti ed incontri inaspettati con persone meravigliose hanno riempito di bellezza e stupore i miei occhi.

Tornata a Roma trovo, a sorpresa, la pubblicazione sulla carta stampata di un articolo (sulla ristruttrazione degli appartamenti) che avevo inviato per la rivista di Remax Urbest e Domine tempo fa.

Bella sorpresa. Sorpresa ancor più bella rileggere il testo e quell’ultima frase evidenziata: “la ristrutturazione di una casa è come un viaggio e succede che nei viaggi si possano avere contrasti e divergenze di opinioni, ma anche perfetta armonia tra persone sconosciute; ogni viaggio, per quanto faticoso, una volta arrivati alla meta, ti lascia sempre qualcosa di nuovo dentro”.

Ho scoperto di essere una viaggiatrice.

 

PIANTE DA INTERNO

Come trasformare un pollice normale in un pollice verde

Non so a voi, ma a me piacerebbe trasformare l’interno della mia casa in un’oasi verde nella quale rilassarmi una volta rientrata dalla vita delirante di tutti i giorni; purtroppo, nonostante stia facendo esperimenti con un “orto sinergico” nel giardino dello studio (ma questa è un’altra storia) ed abbia delle discrete conoscenze sulle piante da giardino, non ho esattamente il pollice verde.

Facendo un giro sui profili di instagram dedicati all’arredamento e su tutte le riviste di settore cartacee e non, splendidi filodendri e meravigliosi ficus spuntano in ogni angolo della casa. Non sarà così complicato, quindi.

Certo il giardino è un ambiente decisamente più adatto per far crescere la vegetazione, ma, scegliendo le piante adatte e collocandole nel punto giusto della casa (n.b. ogni pianta ha esigenze diverse), credo si possano avere grandi soddisfazioni (reciproche!).

4Oggi sono stata a fare un po’ di foto da Ornus (piccolo spazio dedicato alla progettazione e cura del verde domestico al centro di Roma), ed ho approfittato per fare qualche domanda al titolare Daniele, archeologo e botanico esperto di piante da appartamento e da giardino, per togliermi qualche curiosità.

Ciao Daniele, a parte la Zamia e il Pothos che crescono rigogliosi nel mio studio, quali piante da interno consiglieresti a chi, come me, non ha il pollice verde?

(ride) Ciao. Tutti i pollici possono diventare verdi, basta ascoltare i bisogni delle piante.

In generale le piante del genere Ficus sono molto resistenti; nei loro paesi d’origine, è possibile vederli crescere ovunque: nelle foreste, sui muri antichi, in pieno sole; il Ficus maclellandii, ad esempio, (come puoi vedere qui nell’ufficio) difficilmente perde le foglie anche quando è sotto stress.

Un’altra pianta molto resistente è la Schefflera arboricola, pianta abituata a sopportare condizioni di sole forte o di ombra fitta; la shefflera in natura, infatti, cresce sia sugli alberi (per questo si chiama arboricola), sia sotto la foresta. Dipende dove gli uccelli, che hanno mangiato i suoi semi, decidono di lasciare i loro bisogni.

Infine anche le sanseverie sono piante robuste, ma vogliono condizioni di forte luminosità. Sono abituate, infatti, a crescere nella Savana ed a resistere agli animali assetati che vogliono nutrirsi della loro polpa succulenta.

e per un angolo senza troppa luce?

Dove c’è poca luce cresceranno sicuramente bene le piante che in natura vivono nel sottobosco delle foreste; piante come la Dieffenbachia, lAspidistra, lo Spathyphillum, il Pothos o la Monstera non hanno grandi problemi in condizioni di scarsa luminosità ma ho avuto soddisfazione anche con gli Aeschynanthus.

2Guarda invece questo Philodendron pedatum, inizialmente lo lasciai qui appoggiato in un vaso minuscolo sopra un cartone; lui è cresciuto altissimo, senza che io me lo aspettassi. A volte le piante hanno capacità di adattamento straordinarie.

Il mio consiglio è di leggere, e ancora leggere, le caratteristiche ambientali e climatiche dei loro areali di origine e poi regolarsi di conseguenza.

Ho avuto una cliente che si domandava come mai il suo fico d’india non crescesse nel suo patio fresco e ombreggiato. Beh capisci che se una pianta è originaria delle aree desertiche del Messico, probabilmente vorrà anche tanta luce.

Un consiglio per piante da collocare in bagno ed in ambienti umidi in generale?

In casa io amo vedere fiorite le orchidee. Le orchidee amano l’umidità e sono quindi perfette per il bagno e la cucina. Quasi tutte le piante da ombra tropicali, usualmente coltivate, amano l’umidità. Se l’ambiente è particolarmente umido sarà una delizia vedere splendere i colori delle Calathea.

Le erbe aromatiche a portata di mano in cucina sono belle e comode; come faccio a farle crescere sane?

basilicoLe erbe aromatiche sono piante che di solito amano la luce. Il loro contenuto di oli essenziali è una caratteristica che serve come protezione contro il caldo, gli incendi e gli insetti. Oggi si possono trovare facilmente luci artificiali che riproducono la temperatura colore del sole e quindi adatte alla fontosintesi, anche su Amazon, e danno ottimi risultati!

Ho regalato dei piccoli cactus ai miei nipotini pensando che fossero semplici da curare, ma a distanza di poche settimane credo che abbiano fatto una brutta fine? (sigh!) è veramente così semplice prendersi cura dei cactus?

Le piante grasse in generale non sono adatte a vivere in casa. Temono l’umidità e l’aria stantia. Certo ci sono anche cactus più adatti all’ombra e che vivono le foreste tropicali secche (ma sono rari e di difficile coltivazione). Meglio provare con le piante del genere Sedum, sono piante succulente a abbastanza facili da tenere.

Che ne pensi delle piante che purificano l’aria degli ambienti interni? Quali consiglieresti?

Penso che per filtrare l’inquinamento dell’aria siano necessarie molte piante e che bisognerebbe avere molto spazio, una singola pianta non riesce a fare molto. Forse è contro l’inquinamento psicologico che genera la vita moderna che una pianta può riuscire a fare molto; non è forse per questo che mettiamo piante in casa?

 

Foto in copertina:

  • Foto 1: la mia Zamia
  • Foto2: i miei cactus (che dovrò spostare all’aperto!)
  • Foto3: una Monstera in un vano scala del quartiere S.Lorenzo a Roma

Ornus è nella sezione PROGETTI

PRIMO ARTICOLO DEL BLOG

 

Ecco! Finalmente sta, pian piano, venendo alla luce il sito. Erano anni che – a ragione – mi sentivo fare la stessa domanda: <ma il sito?> Basta. Non posso continuare a procrastinare.

E quali immagini carico sul sito?

Il mio problema fondamentale è che, per quando faccia innumerevoli foto durante le varie fasi di cantiere, tralascio sempre di fare (o far fare) le foto a lavori finiti.

Sarà, probabilmente, per una sorta di riguardo verso il committente (si chiamano anche seghe mentali) o forse per un mio problema con le separazioni. O entrambi.

Quindi, telefono alla mano, sto richiamando alcuni dei miei clienti per provare a realizzare qualche scatto.

Foto dei lavori a parte, mi piacerebbe unire al sito un blog, nel quale parlare di argomenti attinenti a quello di cui mi occupo.

A presto!

_archi.la_

(ah sì! devo anche cambiare il dominio)